Comunicazione

La violenza Veicolata dai Media

Cosa accadrebbe se quel limite che separa la vita reale dalla finzione venisse infranto, andando incontro a conseguenze molto serie? E quali effetti avrebbe il feedback dell’opinione pubblica verso le opere di fantasia specifiche imputate di aver condotto un soggetto X ad emulare i gesti di una di queste storie?

Il punto fondamentale della questione è il messaggio, non errato ma frainteso o reinterpretato, che opere di fantasia in forma cartacea, audiovisiva e interattiva, al pari di documentazioni reali o di pari passo con una finzione che rasenta la realtà – reality show, docu-drama, mocumentary… – vedono finire in balia di giovani o mature menti plagiate dalla negatività e dal male, corpi in cerca di notorietà, di vendetta o di sfogo.

E dunque, il videogiocatore o lo spettatore, con un trauma alle spalle o con l’ossessione di vendicarsi di un torto, può benissimo usare come scusa e come “fonte di ispirazione” questo luogo comune – non più così stereotipato, ormai – se, decidendo di emulare le gesta di questi avatar in pixel o in 4k, indossata una maschera da famosi film dell’orrore per non essere riconosciuto, decida di farsi giustizia da solo per placare i suoi spiriti ardenti e diffondere la filosofia della vita che imita l’arte che imita la vita.

Molti artisti, tra cui scrittori, registi e programmatori di videogiochi di genere horror o di violenza, hanno spesso dichiarato che prodotti di questo tipo di fantasia e intrattenimento hanno il chiaro scopo di comunicare un messaggio chiaramente e anche sfortunatamente sottinteso: non fatelo.

In queste opere viene messa in mostra una forma di violenza di qualunque genere, fisica e psicologica, forse per generare uno specchio distorto ma concreto della violenza che domina nel mondo. Un esempio: il famoso zombie movies “Il giorno degli zombie” del compianto Maestro George A. Romero voleva criticare le brutali operazioni militari a sfondo dittatoriale e decisionista nei confronti di un prigioniero o quando vige la legge marziale, e lo fa sfruttando l’epidemia dei non morti e gli esperimenti effettuati su di essi, vigilati da un sanguinario e arrogante tenente militare.

Ovviamente, una mente semplice e facilmente suscettibile penserebbe che, dato che costui è un uomo della legge, facendo questo lavoro abbia ogni diritto indiscriminato di esercitare della violenza fisica e non su chiunque voglia, mostrando anche atteggiamenti da personaggio della televisione, pensando che sia solo uno scherzo innocente.

Un altro esempio: la famosa opera letteraria e cinematografica “Arancia meccanica” vedeva il giovane Alex e i suoi drughi sfogarsi con atti violenti in merito ad una società decadente, in procinto di evolversi ma senza i giusti mezzi e con la regola di punire solo in caso di morte ma non di violenza, tralasciando una certa omertà – colpa che ha anche la città di Derry nella più famosa opera di Stephen King, “IT” – e dunque, la giovane e destabilizzata mente in cerca di vendetta, di evasione o di notorietà potrà accusare queste opere o simili titoli con le giustificazioni più comuni: la società genera insoddisfazione che ha bisogno di essere sedata, se si fa del male senza uccidere allora va bene lo stesso, se una comunità  – spinta dalla paura di una vendetta da parte di un soggetto psicopatico che vuole esprimere il suo io dovesse tentare di consegnarlo alla legge – scegliesse invece decidere di non immischiarsi, allora costui sarà libero di proseguire.

Come già specificato, opere di fantasia con la violenza come tema principale, non hanno mai suggerito o incitato una forma di violenza deliberata e gratuita; hanno, bensì, tentato di far capire l’errore in questo atto con una pellicola o un racconto avvincenti e con la speranza che, se si tratta almeno di un videogioco di solo svago, il giocatore sia abbastanza intelligente da capire che tutto ciò non è un Paese delle Meraviglie da cui Alice può entrare ed uscire quando vuole, ma solo ciò che è realmente: un televisore che si accende e si spegne quando è ora di riposare o di lavorare.

Purtroppo anche la scienza, la psicologia, la filosofia e l’arte hanno un limite: un soggetto violento e psicopatico è convinto che le sue azioni, emulate da un’opera famosa con la violenza insita nella trama,  è convinto di essere nel giusto.

Non rimane da fare che annuire e metterlo al sicuro da sé stesso e, soprattutto, dalla società civile e dimenticarsene oppure tentare – inutilmente? – di aprirgli gli occhi sull’immoralità del suo gesto e sull’empirica realtà che divide un’opera di fantasia da ciò che è la realtà mondana di tutti i giorni.